Her, la potenza della voce e della parola dialogata

Sono innumeri gli aspetti che potremmo sondare dell’ultimo film di Spike Jonze, e molti li abbiamo anche analizzati in precedenti articoli. Ma in particolare uno dei tanti concetti chiave sviluppati dalla trama fantascientifica è incentrato sulla potenza della parola, sulla potenza creatrice, catartica e rigenerativa della parola.

E la parola è talmente potente da essere essa stessa un personaggio. Samantha, la protagonista femminile. Come tutti sanno, Scarlett Joanson in voce. Un personaggio che si configura come virtuale in tutti i sensi. Come Os, sistema operativo talmente potente da interagire con il proprio utente come fosse un essere pensante, e come personaggio umano ma privo di corpo. Ed ecco che si configura il tema della virtualità dell’uomo, un tema che ha ispirato gran parte della cinematografia fantascientifica e non, basti pensare a Matrix, citando un film per tutti. Un concetto che anche quando espresso come vera e propria vita virtuale, che ipotizzi il futuro o che voglia dare risposta alle domande esistenziali, è collegato a un filone ancora più antico, un filone che ha ispirato non solo letteratura e teatro da scena, ma anche interi sistemi filosofici e religioni: l’opposizione tra anima e corpo.

L’uomo considera il mondo intorno a sé come una illusone e questo verosimilmente succede perché è consapevole della potenza della sua mente, del pensiero e dell’immaginazione intesa come realtà virtuale. E nel contempo meravigliato, di quella meraviglia che ci prende di fronte alla maestosità e alla magnificenza del mondo.

Ed ecco, in aggiunta, che ci si può rendere conto di come l’uomo si identifichi con la sua facoltà di pensare e di come questa sia a sua volta identificabile con la qualità del parlare. L’uomo esiste solo se ha parola. Una parola filosofica, una parola esistenziale che identifica l’ego: qualcosa di simile al vecchio cogito ergo sum. Un film che si basa su una disapparente complessità di codice, sul lento ritmo del discorso, meditativo.

Un film che da principio fa sentire la potenza dei suoi dialoghi come fossero flussi di coscienza immaginari con un personaggio immaginario, grazie allo sfondo nero. Non poche volte quando Samantha e Theodor parlano lo schermo è nero, e si sente, come elemento supremo, la voce. Proprio come da cliché letterario, è spesso la voce vera melodia dell’essere, a fare innamorare, a differenza della chimica delle figure più intriganti. Ma qui potremmo perderci nel vecchio discorso della preminenza di una forma artistica sull’altra, e da che mondo è mondo la musica ne è sempre uscita vincitrice, la musica assieme alla poesia che è puro suono dello strumento più complesso l’uomo, che dalla semplicità del creato artificiale si distanzia. E in questo caso una forma specifica di poesia: la sceneggiatura.

Giselda Campolo

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