Gabriele D’Annunzio e la Reggenza del Carnaro

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Un eccezionale saggio storico di Giovanni Luigi Manco fa piena luce sulla straordinaria e rivoluzionaria esperienza della Reggenza di Gabriele D’Annunzio a Fiume.

L’interpretazione storica della Reggenza di Gabriele D’Annunzio a Fiume è stata fino ad oggi politica, volgarmente politica, e spesso influenzata da giudizi storiografici faziosi che ne hanno dato interpretazioni parziali, non oggettive e spesso dettate dalla convenienza. Di fatto, quindi, riguardo ad una delle più straordinarie e rivoluzionarie esperienze politiche e sociali del XX° secolo non è stata fino ad oggi disponibile per gli storici e per il grande pubblico una letteratura esaustiva.

In occasione del 150° anniversario della nascita del Vate, Giovanni Luigi Manco, uno stimato scrittore controcorrente, ha colmato questa lacuna, dando alle stampe, per le Edizioni Aurora Boreale di Firenze, un suo interessante saggio storico intitolato Gabriele D’annunzio e la Reggenza del Carnaro, un’opera che è stata definita dai critici una delle migliori e più complete fino ad oggi scritte sull’argomento. Si tratta di un testo, questo di Manco, che ci offre una interpretazione marcatamente rivoluzionaria e innovativa di un’esperienza storica scomoda e da molti oggi dimenticata; un’esperienza che ha invece segnato in maniera indelebile le successive vicende del ‘900, ripercuotendosi fino ai giorni nostri, assurgendo ad una sorta di cartina tornasole attraverso la quale possiamo comprendere l’origine e l’essenza del Fascismo, ma anche della guerra civile e della cosiddetta “resistenza”.

L’autore, attraverso una minuziosa analisi dei fatti, che dal quadro prettamente storico spazia anche su quello sociologico e filosofico, ci offre una visione del tutto inedita della figura di Gabriele D’Annunzio, un autentico rivoluzionario fuori dagli schemi, un uomo che, per sua stessa ammissione, non è mai stato “di destra” nel senso che diamo oggi a questa mera etichetta politica.

Portato nel 1897 a Montecitorio dai liberali, il Vate scrive a un amico: “ho visto che qualche giornale mi presenta come candidato ministeriale di destra ma sai bene, meglio di un altro, che sarà stupenda la singolarità delle mie attitudini sui banchi di Montecitorio, io farò parte di me stesso”. Infatti, appena due anni dopo, in pieno dissenso con la politica governativa di Pelloux, D’Annunzio abbandona i banchi del Partito Liberale per portarsi su quelli dell’estrema sinistra, affermando: “Scelgo la vita. Vado incontro alla vita!”. L’espressione esprime tutta la sua ripulsa per il vecchio mondo, tutta la sua tensione per un vivere radicalmente nuovo.

D’Annunzio frequenta i salotti e circoli dell’alta società non per piacere personale, ma per cavalcare astutamente l’universale mercificazione borghese, perfino della letteratura e della stessa immagine del letterato, senza farsene travolgere. Sfrutta a suo vantaggio i gusti della borghesia e le nuove possibilità offerte dalla logica di mercato. Apparentemente si lascia mercificare e asseconda la nuova moda dell’uomo oggetto, eternamente in vetrina, ma lo fa solo per ritagliarsi spazi di visibilità dai quali denunciare i guasti sociali.

É nel potere ma non con il potere. É D’Annunzio a denunciare per primo a Roma, nelle Cronache bizantine e nelle Vergini delle rocce, gli innumerevoli scempi naturalistici orditi dalla follia del lucro, armata di piccone e cazzuola.

In un’intervista rilasciata a Randolfo Vella, pubblicata su un quotidiano degli anarchici, affermò: “sono per il comunismo senza dittatura (…) nessuna meraviglia, poiché tutta la mia cultura è anarchica, e poiché in me è radicata la convinzione che, dopo quest’ultima guerra, la storia scioglierà un novello volo verso un audacissimo progresso. E’ mia intenzione fare di questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse” (Umanità Nova, 9 Giugno 1920).

D’Annunzio ama l’anarchia nel senso etimologico dell’espressione: assenza di potere sovraordinato. Per anarchia intende, al pari di Proudhon, l’ordine al massimo livello creato e garantito dai lavoratori.

La Reggenza del Carnaro fu indubbiamente una delle esperienze più rivoluzionarie di tutti i tempi. Pochi sanno che il Libero Stato di Fiume venne riconosciuto per primo dall’Unione Sovietica e che a Fiume, in quegli straordinari quattordici mesi, anche grazie all’apporto di grandi personaggi come Filippo Tommaso Marinetti, Guido Keller e il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris, fu data vita ad uno dei più interessanti esperimenti di democrazia diretta, con parità di diritti fra uomini e donne e conquiste sociali inimmaginabili per quei tempi, e che purtroppo furono destinate a non durare.

Nucleo fondante della Carta del Carnaro fu, oltre alla democrazia diretta, anche l’effettiva partecipazione dei lavoratori alla cosa pubblica. Attraverso le pagine del saggio di Giovanni Luigi Manco arriviamo a comprendere quanto l’esperienza di Fiume e della Reggenza del Carnaro sia stata “saccheggiata” dal Fascismo nei suoi aspetti più simbolici ed esteriori. Il movimento politico fondato da Mussolini ha infatti attinto da essa a piene mani, facendone propri i simboli, gli slogan, i gesti, e in buona parte anche i programmi, soprattutto nei diciotto mesi che segnarono l’esistenza della Repubblica Sociale Italiana; una fase in cui Mussolini, finalmente liberatosi dal rapporto di sudditanza-convenienza con la monarchia, e nonostante una terribile guerra in corso dalle sorti già drammaticamente segnate, dava vita allo spirito più rivoluzionario e sociale del Fascismo, iniziando ad attuare la socializzazione delle fabbriche e la partecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese.

L’esperienza rivoluzionaria della Reggenza del Carnaro venne soffocata nel sangue dal Regio Esercito inviato da Casa Savoia, come la Repubblica Romana di Mazzini, Armellini, Saffi e Pisacane venne schiacciata dai fucili dell’esercito francese chiamato dal Papa, e la Repubblica Sociale Italiana di Gentile, Marinetti, Pound e Bombacci venne schiacciata dalle armate anglo-americane al soldo dei poteri forti della grande finanza internazionale.

Il saggio di Giovanni Luigi Manco ci aiuta a comprendere questi ineludibili parallelismi storici e ci svela il valore rivoluzionario di un’utopia che solo un uomo come Gabriele D’Annunzio poteva riuscire a trasformare – anche se per un breve periodo – in realtà, precedendo e anticipando, come solo un autentico Vate poteva fare, la moderna lotta contro la globalizzazione, contro lo strapotere dei grandi gruppi finanziari e delle multinazionali.

Nicola Bizzi