Europa, Europa, Europa ed ancora e solo Europa.

L’Italia – come ci è stato imposto e come viene sistematicamente inculcato con sfacciata prepotenza nei teneri cerebri delle attuali classi scolari sempre più miste all’interno delle strutture scolastiche sempre più decadenti – è da dimenticare. Ad essa – ha deciso l’Europa – spetta il compito di assumere il ruolo di mera appendice di scarto, appen…dice da cui attingere a piene mani le ultime risorse, sia umane che finanziarie, prima di ricevere il conto finale, un conto per altro già scritto: l’oblio. Questo è l’inaccetabile quadro all’interno del quale, per volere di un pugno di intoccabili esponenti di stampo groziano, il Belpaese è stato costretto a collocarvisi. Per questa via, alla Nazione che più di ogni altra al Mondo ha contribuito a generare figli storici in ogni ambito dello scibile umano, è stata comunicata la democratica pena di morte. Morire non rientra nelle aspirazioni di nessuno, ergo, non può rientrare nemmeno nelle aspirazioni di un complesso di individui accomunati da origini, tradizione storica, lingua, religione, costumi ed obbiettivi, ovvero una Nazione. Nazione, avete letto bene; non “paese” come i cleptocrati vassalli dell’intoccabile èlite groziana usano ripetere in continuazione nel tentativo di eradicare anche l’ennesimo frammento lessicale utile a ricordarci chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo. È inutile nascondere la verità che ci è stata imposta: ai parametri attuali, non esiste l’Italia se esiste l’Europa; e non esiste l’Europa se non esiste il concetto di “capitale finanziario”. Ciò vale tanto per noi quanto per ogni altra componente Statuale comunitaria. Dunque, per la proprietà transitiva, non esiste Italia se esiste la dittatura del capitale finanziario.  Ma non è tutto: solamente quando dovesse dissiparsi l’odiosa cappa di omertà indotta dal pensiero unico – vero responsabile del culturale traghettamento da una concezione di proletariato ad una di precariato in cui il dogma è rappresentato dal termine “calcolo” – il salvifico riscatto della Sovranità non potrà che risultare ineluttabile.  Noi indichiamo l’idea di Stato come placenta protettiva, come luogo al cui interno sia la “Morale Sociale” (San Tommaso d’Aquino) l’unica entità ispiratrice sotto cui debbano sottostare quelle forze che oggi svettano su di essa: finanza, debito e calcolo. Ciò al fine di poter assicurare quell’indispensabile serenità perpetua di cui il popolo – sino all’ultimo suo membro – deve godere al riparo da quei rivoli inquinati che ci stanno avvelenando.  Non vi è dubbio che l’Italia sia, come sancito dalla Carta Costituzionale, una Repubblica fondata sul lavoro e, manco a dirlo, sulla sovranità popolare in cui ogni membro deve avere il diritto sacrosanto di vivere in serenità godendo del maggior grado id felicità possibile da raggiungere in vita; e tale deve rimanere. E crediamo saldamente nel principio secondo cui il carattere della Nazione lo si possa forgiare esclusivamente attraverso il corretto bilanciamento tra le diverse anime europee al riparo da pericolose ingerenze di qualsivoglia natura. Alternative non ve ne sono. Tale carattere, come è facile intuire, non può che scaturire se non dai lavori attorno al tavolo delle relazioni e giammai dal freddo processo involutivo dettato dagli algoritmi finanziari e dalla necessità di una fittizia sopravvivenza da ricavarsi all’interno del ring del capitale finanziario; vero coacervo dal quale si può estrarre esclusivamente l’esiziale darwinismo sociale, il veleno della contemporaneità.  Inutile aggiungere che giudichiamo semplicemente scriteriato e privo i ogni qualsivoglia base condivisibile il progetto di chiara ispirazione nichilistica messo in atto dalla sedicente clepto-politica coeva, quella prona ai desiderata dei banchieri per intenderci. Ripudiamo con sommo disprezzo l’idea per mezzo della quale si individua nel nucleo famigliare la mammella da cui suggere avidamente soldi e linfa vitale. La nostra missione è smascherare chi nascondendosi spudoratamente dietro a termini quali “riforme, integrazione, solidarietà…” pretende di ammantarsi di un perbenismo di facciata meramente incantatore allo scopo di far avanzare il dogma dell’agenda mondialista: far credere al popolo ignorante che risanare il debito pubblico sia un obbiettivo raggiungibile. Pura eresia. Conosciamo sin troppo bene il capzioso meccanismo del signoraggio bancario per poterci sentire liberi e libere di affermare che, stante l’attuale meccanismo di imposizione dell’acquisto del denaro, il risanamento non potrà mai tramutarsi in realtà. Chi osa affermare il contrario o lo afferma per ignoranza o per complicità. L’unica via percorribile è la via giudiziaria. Solo essa potrà riscattare il popolo e ridonare ad esso la dignità di dirsi sovrano. Confiscare le quote della Banca d’Italia rese da pubbliche a private con un giro di posta occorso nel 1981 tra Carlo Azeglio Ciampi e Beniamino Andreatta – crimine altrimenti noto come “divorzio tra banca e Ministero del Tesoro” – è l’obbiettivo finale su cui, dopo, iniziare a ricostruire tutto avendo cura di “perseguire il fine reale e non quello apparente” cosicché le future generazioni possano fare tesoro dell’esperienza a noi occorsa. A questa linea dovrà seguire una manovra volta alla confisca di tutto il denaro a vario titolo sottratto alle casse nazionali da politici e amministratori infedeli che hanno depauperato il patrimonio dello Stato. Tutti costoro, così come anche i partiti politici che li hanno eletti e nominati, dovranno risarcire i danni causati alle finanze pubbliche italiane. Da Aristotele in poi, “si parla di politica come di una Scienza Architettonica che regge, coordina e dirige tutte le altre scienze pratiche, quali il diritto, l’economia, la medicina, l’edilizia” che essa deve coordinare per il bene collettivo di chi se lo merita davvero.

Andrea Signini