Esegesi minima del canto XXXIII del Paradiso – terzina settima

Come abbiamo visto, a verso 18 si chiude un secondo gruppo formato da tre terzine. Vi si procede seguendo una sorta di ritmo dattilico che separa contenutisticamente la prima terzina dalle due seguenti.

In te misericordia, in te pietate,                          

in te magnificenza, in te s’aduna

quantunque in creatura è di bontate.

(v. 19 e sgg.)

Infatti a verso 19 si ricomincia. Esattamente come l’incipit, gli emistichi dei vari versi sono perfettamente interscambiabili. Tra l’altro uno stretto legame tra le clausule finali per cui dove manca il legame anaforico nella prima parte, supplisce la parola-rima nella seconda, che seppur manchevole nella identità della prima sillaba viene rafforzata da è di, la stessa e tonica di in te con chiasmo vocalico.

Siamo al verso ventidue (e fino al trentottesimo), più che un inno, sembra preghiera, privata, di quelle che Dante avrebbe potuto rivolgere in sua solitudine al banco in Santa Croce. Nella Comedia la Madonna appare al canto XXXII, innominata, come figlia di Anna (i suoi epiteti sono sempre familiari, figlia, come madre e ancora come figlia).

L’impressione è di una distanza interminabile; uno spazio annuvolato d’eternità separava Bernardo e la sua Musa che pur lo sentiva e ci si aspettava quasi che avrebbe agito, parlato o altrimenti risposto tramite Bernardo come fosse il suo poeta. Eppure tace, la Madonna pare non esserci, è uno spirito? Tutto questo possiamo chiedercelo fino a quel gesto.

Or questi (v. 22), il braccio di Bernardo fa come un sipario. Indica Dante e d’improvviso ci appare chiara tutta la scena. Si vede la Madonna in trono, le si vedono gli occhi; e tutto diventa teatro dalla solitudine del poeta. Soltanto allora ci ricordiamo che al canto XXXII era apparsa. E proprio questa teatralità mi ricorda quella della liturgia cristiana, fatta di attese e di gesti simbolici e amplificati, quella delle preghiere del gesto di pace fatto con tutta la lentezza del braccio del prete, e quella dei predicatori. E inoltre proprio al momento dell’epifania Dante scompare dall’azione scenica, Bernardo parla con la Madonna, e lei con lui, loro, in questo discorso supplicante e icona del Dio, chissà se Dante non abbia pensato al crocifisso di santa Croce e ai fedeli che vi pregavano ai piedi in una solitudine assoluta.

E questo paragone con un carattere tanto terreno della preghiera mi pare più sensibile pensando alla micro-frattura di verso ventotto: fino allora è Bernardo che prega la Vergine, ma ha tutta l’aria di essere Dante a farlo attraverso le sua parole: dice ultima salute ma Dio è tale per Dante e non per Bernardo che lo chiama invece piacer sommo, come fa notare Fallani per un beato è un “bene raggiunto, fonte di eterna beatitudine”, e così è infatti quando Beatrice in Paradiso XXII, v. 142, in quanto guida, spiega al suo discepolo con le parole a lui più familiari.

Giselda Campolo