Ecco come Marra, nel 1995, impedì, in Europa, la legalizzazione delle droghe ‘leggere’.

società neurolesa

Ecco come Marra, nel 1995, impedì, in Europa, la legalizzazione delle droghe ‘leggere’.Leggi il documento che — nel 1995, su richiesta dell’On. Giovanni Burtone, relatore, suo malgrado, della legge sulla legalizzazione delle droghe ‘leggere’ — Marra, all’epoca eurodeputato, pubblicò per ‘spaccare’ (riuscendovi) il gruppo socialista del Parlamento Europeo che, capeggiato per l’occasione da Pannella, era favorevole alla legalizzazione. Una ‘spaccatura’ in seguito alla quale la maggioranza dei deputati bocciò quella proposta di legge della Commissione (i deputati europei, deputati praticamente da operetta, non hanno il potere di fare le proposte di legge). Una bocciatura che, purtroppo, servì solo a impedire la legalizzazione delle droghe leggere, ma non anche a causare il divieto del loro uso, perché il Parlamento Europeo, incredibilmente, non ha il potere di promulgare le leggi che vota (questo è il vero problema dell’Europa), e la Commissione e il Consiglio, ai quali quel potere è attribuito, non ritennero di promulgare quel divieto perché la legalizzazione piaceva alle lobby bancarie criminali (Bilderberg) alle quali essi sono asserviti, che volevano quella legge come strumento di distruzione di massa della società per folli fini di dominio.

Marra: Al Parlamento Europeo circa la necessità di non legit­timare le droghe ‘leggere’.
 
16.3.1995
 
Sono così angosciato all’idea che il Parlamento Europeo possa divenire lo strumento della lega­lizzazione delle droghe leggere nei ben quindici paesi dell’Unione, da non potermi esimere dall’esprimere la mia sia pur modesta opinione in merito.
Ci troviamo infatti di fronte a una scelta importan­tissima sia di per se stessa, e sia, soprattutto, perché influenzerà profondamente il costume europeo e mondiale.
Prima di addentrarsi nell’analisi è però necessario chiarire il concetto di droga leggera: aggettivo molto fuorviante.
Se è pur vero infatti che la droga pesante, per i suoi effetti atroci e devastanti, non può essere paragonata a quella che dunque – solo nell’ambito di questo paragone – viene qualificata leggera, non è men vero che anche la droga ‘leggera’ ha invece effetti che, notoriamente, leggeri non sono per nulla.
In ogni caso ciò che accomuna ogni gesto del drogarsi ‘leggermente’ o pesantemente – questo è il vero nocciolo della questione – è che esso costituisce comunque una grave, oltre che avvilentissima, testimonianza di abdicazio­ne all’esercizio del pensiero responsabile in cambio dello schifo della felicità chimica.
Cosa che per molti versi turba più in chi si droga con le ‘leggere’ che con le pesanti, perché l’uso delle pesanti è tipico di spiriti che hanno generalmente perduto la batta­glia con se stessi e si possono ormai salvare solo con l’aiuto degli altri.
I ‘fruitori’ delle leggere – che tanto si vantano della loro pretesa ‘non assuefazione’ – testimoniano invece, con il loro persistere nell’esercizio di quella avvilente abdicazione, un vizio esistenziale globale consi­stente nell’avere assunto, ma a livello cronico e grave, certe pulsioni e tendenze che hanno purtroppo influenzato la vita di questi decenni: la tendenza alla deresponsabilizzazione, alla fuga dalla realtà e alla negazione di sé che ne deriva.
Argomenti questi non applicabili all’alcool, sia perché l’uso dell’alcool si inquadra in una cultura densa di valenze umaniste anche positive, discorso inapplicabile alle droghe, e sia perché dell’alcool è deleterio l’abuso, mentre della droga è deleterio il semplice uso.
Cose tutte di fronte alle quali né si può né si deve far altro che cercare di organizzare ogni possibile forma di soccorso, ma che non si può consentire divengano una bandiera intorno alla quale possa stringersi un sempre più vasto esercito che fatalmente coinvolgerebbe nelle sue assuefazioni morali l’uomo in generale guidandolo addirittu­ra politicamente, come accadrebbe se nel Parlamento Europeo vincesse una maggioranza favorevole alla ‘liberalizzazione’. Ma ciò premesso veniamo agli aspetti giuridici.
Posto sia vero che la droga ‘leggera’ non implichi assuefa­zioni (ma resterebbe allora da spiegare la causa della reiterazione del gesto pernicioso dell’assumerla), non ci sono margini di discussione circa il fatto che sia cospicua­mente lesiva dell’individuo, ma soprattutto, ciò che più conta, altamente lesiva, per svariate ragioni, della socie­tà.
In ciò appunto sono i presupposti dell’antigiuridicità: un’antigiuridicità naturale che nemmeno l’Unione Europea potrebbe mai rovesciare con una sua eventuale, denegata ‘legalizzazione’.
Senonché, sostengono gli ‘antiproibizionisti’ (termine stupidamente tendenzioso rivolto a trarre un improprio vantag­gio dall’antitesi tra la storicamente notoria cattive­ria di chi proibisce, e l’altrettanto storicamente notorio eroismo di chi combatte contro le proibizioni), vietare l’uso della droga non servirebbe a farlo cessare, ma solo a garantire l’incre­mento del circuito criminale, che trovereb­be il suo spazio vitale proprio nel fatto che la commercia­lizzazione della droga sia illegale.
Un’affermazione questa innanzitutto stolta e giuridica­mente incolta, perché ciò che è antigiuridico rimarrebbe tale anche quando a consentirlo non fosse più la mafia ma i farma­cisti. 
Ciò che è antigiuridico, cioè, va combattuto con strumenti adeguati, di cui peraltro la società dispone ampiamente, e non mediante forzate declaratorie di giuridi­cità, che non avrebbero altro effetto che omologare l’anti­giuridicità consentendole di pervadere l’intera società e danneggiarla ‘civilmente’ e con l’ausilio delle istitu­zioni, piuttosto che nelle maniere cruente della delinquenzialità.
D’altra parte tutto ciò è così ovvio che le affermazio­ni ‘antiproibizionistiche’ non possono che mascherare anche molta falsità, perché la verità è che si tratta di affer­mazioni da ‘fruitori’ in varie maniere delle droghe ‘legge­re’ che vogliono continuare a fruirne senza il fastidio di incorrere nella riprovazione sociale.
Occorre infatti non dimenticare che l’assunzione delle droghe così dette leggere è purtroppo una ‘consuetudine’ di massa: una consuetudine cioè che molti difendono per motiva­zioni o dirette, ad esempio di consumo, o indirette, ad esempio di consenso, perché ci sono forze politiche – forze della trasgressione senza costruzione e senza proposta – che trovano il loro spazio nello stesso habitat ‘ideolo­gico’ in cui si sviluppa la cultura della droga, e che dunque la difendono come strumento per continuare a esiste­re.
Il che costituisce il vero motivo della diffi­coltà di combattere la delinquenzialità del settore: una delinquenzialità che, benché a tutti odiosa, gode tuttavia dei benefici che abilmente sa trarre dalla ‘cultura’ di un certo ‘consenso’ che riesce a trovare nella parte stolta di alcuni, perché escludo che costoro non si rendano conto, nel fondo delle loro coscienze, dell’anomalia delle loro posi­zioni.
Da queste tesi, dunque, propongo di desumere la strate­gia da applicare, che secondo me è quella di formalizzare una legge che mantenga fermis­simo il giudizio di illegalità e di negatività dell’uso della droga ‘leggera’ o pesante che sia, ma vi reagisca solo in maniere che tengano conto della debolezza che manifesta chi a esse ceda e della corre­sponsabilità culturale di molti, e che comunque non siano di punizione, ma solo di affettuosa, civile e perseverante, ma anche intelligente e strategica, deliberatezza recuperatoria.
Augurandomi di aver contribuito utilmente al dibattito, invio a tutti i più cordiali saluti.