Dopo il “golpe istituzionale” in Piemonte si impone una riflessione: vogliamo parlare concretamente di abolire le raccolte delle firme?

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Pochi partiti raccolgono le firme in maniera regolare, ma gli scandali e i ricorsi emergono solo per opportunità politica o come arma di ricatto. Vogliamo allora pensare ad un’abolizione della inutile raccolta delle firme?

Su tutti i giornali è esplosa la notizia dell’accoglimento, da parte del TAR del Piemonte, del ricorso presentato dall’ex Presidente della giunta regionale Mercedes Bresso contro il risultato delle elezioni regionali del 2010, elezioni che portarono il leghista Roberto Cota al vertice della regione.

Mercedes Bresso, auspicando un pronto ritorno al voto,  ha immediatamente dichiarato alla stampa: “Con la pronuncia di oggi il TAR ha dimostrato che le elezioni del 2010 erano truccate. Per me è una vittoria. Ora la giunta Cota non esiste più. Ora si rivada al voto, credo che sia possibile votare tra poche settimane, nel famoso election day fissato per le europee”.

Mentre quindi il centro-sinistra canta già vittoria e la Lega parla di “golpe istituzionale”, contro questa sentenza è tecnicamente possibile per Cota fare ricorso al Consiglio di Stato, ma non è ancora chiaro se l’attuale maggioranza di centrodestra procederà in tal senso.

La sentenza del TAR è arrivata al termine di una lunga procedura giudiziaria che ha visto annullare i voti (circa 27.000) raccolti da un lista pensionati legata all’attuale Governatore, lista che avrebbe “falsificato” le firme (o parte di esse) necessarie per la sua presentazione.

Mercedes Bresso, a titolo di cronaca, aveva perso le elezioni del 2010 per uno scarto di circa 9.000 voti.

Non mi interessa in questo caso prendere le parti di Cota, per quanto ritengo che abbia governato senz’altro meglio dei suoi predecessori, né  tantomeno attaccare la sentenza del TAR del Piemonte. Vi assicuro che è l’ultimo dei miei pensieri. É semmai mia intenzione focalizzare l’attenzione su una giusta e necessaria riflessione.

Le elezioni amministrative, che siano comunali, provinciali o regionali, rappresentano di fatto in Italia l’ultimo baluardo di “democrazia” e di effettiva partecipazione popolare al voto, grazie a quella che io chiamo la “Santa Preferenza” (tranne che nel caso della Toscana, dove è in vigore un’assurda legge elettorale regionale che ha di fatto ispirato il Porcellum). Il voto di preferenza, cioè la possibilità vera, reale e concreta per l’elettore di votare per un proprio candidato di fiducia, che ci è stato vergognosamente espropriato per le elezioni politiche, è temuto e demonizzato dai grandi partiti che si spartiscono la scena sull’osceno teatrino della politica nostrana. Con una legge come il Porcellum, giustamente dichiarata illegittima dalla recente sentenza della Consulta della Corte Costituzionale, le segreterie di partito possono fare i loro porci comodi e decidere già a tavolino chi dovrà sedere sui banchi del Parlamento. La maggior parte dei candidati, ovvero tutti quelli che non sono nei primi posti in lista, sono dei semplici riempilista, dei numeri, carne da cannone che serve solo a legittimare quella che è una farsa. Mi sono già prestato due volte a questa ignobile farsa alle politiche del 2006 e del 2008 e non intendo rifarlo, almeno finché resterà in vigore la “porcata” calderoliana.

Il caso delle amministrative è, come dicevo, fortunatamente diverso. Nonostante la presenza dell’immancabile soglia di sbarramento (altra porcata che ritengo personalmente illegittima), alle elezioni amministrative gli elettori possono scegliere sulla scheda i loro candidati e tutti i partiti, anche i più piccoli, possono tentare di correre e di presentare le proprie liste, con la speranza di entrare nelle istituzioni locali per inciderne sulla politica. Vi è però un altro scoglio che risulta puntualmente fonte di ogni irregolarità e legittimità: quello della raccolta delle firme e della relativa autenticazione.

Parliamoci chiaro: si tratta notoriamente di una farsa colossale, la più grande farsa della burocrazia italiana, come ho già denunciato più volte in passato. Allo stato dei fatti, nessun partito (tranne rare sporadiche eccezioni) raccoglie le firme in modo regolare. I grandi partiti spesso neanche le raccolgono: si limitano e copiare sui moduli i nominativi dei propri iscritti. Tanto hanno poi i consiglieri eletti che appongono in calce il loro bel timbrino e il gioco è fatto! Altri prendono le firme dall’elenco del telefono, inventandosi di sana pianta inesistenti o quantomeno dubbi numeri di documenti di identità; altri ancora si danno al saccheggio di archivi e banche dati.

Non dico niente di scandaloso: sono bestialità sapute e risapute da tutti. Ma alla fine tutti trovano la complicità di qualche consigliere ”amico” o di qualche cancelliere o notaio di fiducia per apporre i fatidici timbri che spianano loro la strada verso la conquista delle poltrone.

Si tratta di una situazione di irregolarità diffusa che è ben nota a tutti i partiti che la applicano e che viene generalmente tollerata. E sapete perché la tollerano? Perché può essere utile come arma di ricatto e di pressione.

Vi faccio un esempio: un partito presente nella maggioranza di un consiglio comunale, sapendo che un partito avversario dell’opposizione ha sicuramente commesso qualche irregolarità nella raccolta firme, fa pressione su quest’ultimo perché non contrasti troppo le sue decisioni politiche, soprattutto se si tratta di lucrosi appalti, di piani urbanistici o di smaltimento dei rifiuti. Quindi il partito di opposizione, per evitare una denuncia o un ricorso al TAR che sicuramente ne invaliderebbe le liste, viene a patti, finge di fare opposizione e di fatto avvalla gli affari del partito di maggioranza, spesso prendendone le briciole. E viceversa!

Gli unici casi in cui vengono presentati certi ricorsi o viene sbandierata una presunta irregolarità nella raccolta firme di un partito avversario sono quelli in cui si verifica un eccesso di pressioni reciproche, quando salta un certo consociativismo, con la conseguente impossibilità di mangiarci sopra a dovere in modo reciproco. E probabilmente in Piemonte è avvenuto qualcosa di simile, anche se non posso certo affermarlo con certezza.

Considerato quindi che in Italia le irregolarità regnano sovrane e che vengono tirate fuori solo quando serve o quando si intende colpire qualcuno, ritengo che soluzione possa essere soltanto una: abolire definitivamente la farsa della raccolta delle firme.

Prendetela pure come una provocazione, ma se ci riflettete un attimo vi accorgerete che questa mia proposta ha un senso.

Propongo di sostituire l’inutile raccolta delle firme con tributo economico, un po’ come avviene con le primarie del P.D., per partecipare alle quali gli iscritti versano 2 Euro a testa e nessuno se ne lamenta.

Facciamo quindi un esempio: se in una città per presentare una lista alle elezioni comunali occorrono 1.000 firme, sostituiamo alla firma un contributo di 5 Euro. Un partito “X”, con questo sistema, raccoglierà fra i suoi militanti e simpatizzanti i 5.000 Euro necessari, li verserà nelle casse comunali e presenterà tranquillamente la propria lista di candidati. Non vi saranno così più irregolarità, non vi saranno più ricatti o strumenti di pressione. Non si rischieranno più così multe o ricorsi al TAR.

Tutti i partiti che hanno un minimo di iscritti e di militanti, anche i più piccoli, dovrebbero riuscire a superare questo facile banco di prova. E se non riescono a raccogliere 5 Euro a testa dai loro sostenitori, vuol dire che sono partiti fantasma, che di sostenitori non ne hanno. Potrebbero quindi sparire dalla scheda le tante liste civetta, che spesso servono solo a generare confusione.

Che ne pensate?

Nicola Bizzi

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