Dalì: il genio. Parte seconda conclusione. Relativizzazione del valore della vita

Più esteta degli esteti, più dandy dei decadenti, più mago evocatore dei simbolisti, più scientifico dei naturalisti. Egli palesa l’oggettività del relativo trascendente. Infatti per base ha leggi scientifico-fisiche, viste attraverso la concezione di vero artistico.

Ciò che lo permea è la sensazione del relativo piuttosto che il sentimento (la verità non è mediana ma Arte). Tuttavia l’opera ne trasuda proprio il sentimento: cosa può essere più relativo di un dipinto ininterpretabile, e nella sua infinità saturo di spunti interpretativi?

Simbolo del suo rapporto con la creazione è la continua ossessione per l’Angelus di Millet.

Secondo il genio del pittore spagnolo, i due contadini non recitavano l’Angelus dopo il lavoro, almeno non soltanto: pregavano per il figlio morto prematuramente, neonato, e seppellito ai loro piedi. Una preghiera contemporaneamente atto di scusa e di permesso che precedeva la copula.

Recenti, 1963, raggi X condotti sull’originale di Millet, hanno confermato che sotto la terra dipinta vi è un neonato coperto dal colore. Affascinante che Dalì abbia intuito, certo per una identificazione profonda con con l’atto creativo dell’altro pittore; e magnifica idea artistica di Millet, dipingere accuratamente il bambino morto e seppellirlo davvero sotto il campo con la naturalistica sua pittura.

Con l’identificazione meditativa da me immaginata è possibile spiegare l’ossessione di Dalì per quel quadro, che riprodusse reinterpretandolo in moltissime opere, nelle quali raffigura la scena in modi diversi, con nuovi significati aggiuntivi ogni volta, senza contare un saggio critico interamente dedicatogli: Il tragico mito dell’Angelus di Millet.

Era solito dire, come per relativizzare anche se stesso, alla fine di un commento che lo riguardava: “Lei ci vede questo? Io non pensavo a tutto ciò quando l’ho dipinto”.

Giselda Campolo