Confessioni di un sicario dell’economia. Critica al testo di John Perkins

e’ da poco stato tradotto anche in lingua italiana, a cura delle edizioni BEAT, il celebre testo dell’ex sicario dell’economia John Perkins, uno statunitense con del sangue nelle vene. Sin da ragazzo, quando ancora non era nemmeno laureato, fidanzatosi con una ragazza discendente da una famiglia i cui membri maschili erano discretamente inseriti nel panorama dei servizi segreti, venne a sua volta coartato in un sistema i cui contorni non gli erano molto chiari in principio. Fu così che nel volgere di breve si ritrovò a studiare lingue ed a conseguire il titolo di dottore in economia dopo il quale gli fu consentito di raggiungere l’America Latina con la sua donna. L’ Ecuador fu la prima nazione in cui venne chiamato a svolgere il suo ruolo di osservatore ed informatore. Si inserì agevolmente nel tessuto indigeno, come usano fare gli antropologi. Ne studiò usi e costumi, riportando tutto per iscritto in relazioni che recapitava sistematicamente coi mezzi propri degli anni Sessanta. Il suo impegno lo portò a brillare e a distinguersi sempre di più sino a quando la NSA (Agenzia di sicurezza nazionale statunitense) non lo mise a contatto con una donna avvenente, una spia. Una donna che prima lo sedusse e poi, una volta fattolo suo, lo istruì sul ruolo specifico che avrebbe assunto di lì a poco, come in effetti avvenne. Tra biblioteche e riunioni, si ferrò su molte realtà concernenti l’Indonesia, il Medioriente ed il caro Sudamerica.

Nelle pagine del suo best-seller, John Perkins ripercorre quegli anni, illustrando con spontanea sincerità gli avvenimenti a cui assistette personalmente ed il ruolo che era chiamato a svolgere in seno a quei contesti. Ammette egli stesso che i ruoli che gli venivano affidati erano sproporzionati alle effettive conoscenze e capacità sviluppate nel percorso di studi. Ma alla MAIN (questo il nome della multinazionale d’investimenti in cui era assunto) queste carenze non interessavano: la MAIN voleva a tutti i costi puntare su gente giovanissima, sfacciata, assetata di ascesa socio-economica e priva di scrupoli. Ed il giovane Perkins così era. Solo che, come spesso accade, le persone brillanti lo sono anche nella vita. Ed è così che egli, pur avendo accumulato un ragguardevolissimo gruzzolo sul proprio conto corrente, quando non aveva nemmeno 40 anni, venne colto dal buddio. Stava facendo la cosa giusta? Era etico e compatibile coi proprii principii quanto stesse facendo?

Il suo compito effettivo alla MAIN consisteva nello stilare relazioni di industrializzazione da propinare a quelle Nazioni i cui territori scarni ed arretrati (arretrati secondo i modelli americani imperialistici) abbisognavano di quelle che usiamo definire “grandi opere”. Egli, in buona sostanza, doveva limitarsi a descrivere quali infrastrutture realizzare in quei luoghi e scrivere sulla lavagna quanto denaro sarebbe stato necessario per la loro realizzazione. Ovviamente il punto dolente di tutta la faccenda era che dovesse pompare quelle cifre a più non posso. E ciò al preciso scopo di far contrarre un debito esorbitante a quella data Nazione che si intendeva ammodernare (ammodernare, sempre nell’ottica capitalistica statunitense).

Il suo ruolo, specifica nel libro il Perkins, non doveva andare oltre. Lui si doveva esclusivamente occupare di comporre una relazione, indicare somme e mettercela tutta per convincere i capi governativi locali. Se, tuttavia, i capi governativi locali non avessero accettato – dice Perkins – allora il suo mestiere di economista si fermava. Ed al suo posto entravano in azione quelli che egli definisce “sciacalli”. Un plotone di gente gretta e dai modi diretti, facili al grilletto, al sabotaggio di mezzi aerei e cose simili. Il lavoro degli sciacalli consiste-va nella eliminazione fisica di chi non si lascia-va convincere dal Perkins e dai suoi simili e consentire il rimpiazzo della guida nazionale con gente accondiscendente nei confronti dell’America capistalistica.

Una volta che, secondo i piani di depredamento americani, date Nazioni accettavano i piani economici, entrava in azione il Fondo Monetario Internazionale in associazione con la Banca Mondiale e le banche private legate ai progetti. Questi ultimi organismi, riempivano le casse di quegli Stati, davano inizio ai lavori di costruzione di dighe, ponti, centrali elettriche e quant’altro impiegando ingegneri statunitensi ma sfruttando la manodopera locale a bassissimo costo. Le materie prime venivano (e tutt’oggi vengono) totalmente dalla casa USA la quale così poteva (e tutt’ora può) lucrare su tutto l’indotto.

Inutile evidenziare che questi prestiti faraonici non sarebbero mai stati rifusi dalle Nazioni obligate a riceverli. E quindi, la macchina americana, poteva avanzare folli pretese di sfruttamento geologico, minerario, idrico, petrolifero etc. senza alcun ritegno, facendo scivolare queste Nazioni in una sorta di schiavitù perenne. Scrive Perkins: “facciamo prestiti a Paesi come Ecuador sapendo benissimo che non li restituiranno mai; anzi, non vogliamo proprio che onorino i loro debiti, perché è il mancato pagamento ciò che ci consente di tenere il coltello dalla parte del manico. In condizioni normali, correremmo il rischio di esaurire i nostri fondi; dopotutto nessun creditore può permettersi troppi debitori inadempienti. Ma le nostre non sono condizioni normali. Gli Stati Uniti battono una moneta che non è garantita in oro. Anzi, non è garantita da nient’altro che una generale fiducia internazionale nella nostra economia e nella nostra capacità di schierare a nostro sostegno le forze e le risorse dell’impero che abbiamo creato” ed aggiunge inoltre “la possibilità di battere moneta ci dà un potere immenso. Significa, tra le altre cose, che possiamo continuare a concedere prestiti che non saranno mai restituiti e che possiamo accumulare enormi debiti con noi stessi”.

Chi volesse spendere parte di questa estate bizzarra a leggere il volume che suggeriamo, tenga presente che, oltre a trovare la precisa descrizione della morte o della alienazione politica di personaggi come Torrijos, Noriega, Chavez, Mossadeq ed il nostro compianto Enrico Mattei, non dovrà precipitarsi a dare giudizi avventati sul Perkins! Sì, è verissimo, egli ha accumulato una fortuna in quarant’anni di attività da sicario dell’economia. Ma è altrettanto vero che tocca storicizzare il soggetto e metterci nei suoi panni, i panni di un giovanotto di provincia poco più che ventenne che, nella seconda metà degli anni Sessanta, viene messo nella condizione di fare soldi a palate senza che nessuno gli spiegasse che il costo lo avrebbero pagato le popolazioni più povere del mondo attraverso la cessione di sovranità varie, appezzamenti immensi di terre ed altre schifezze cui sono usi ricorrere gli USA. Inoltre, in quegli anni, non esisteva ancora tutto il canale di informazioni cui siamo abituati oggigiorno. Le notizie circolavano a mezzo stampa, telefonico e al massimo via fax. Non c’era internet e per fare una intercontinentale tra Giacarta e New York erano necessarie ore di collegamenti.

Ciò stabilito, troveremo un Perkins settantenne ma con lo spirito giovane e curioso che lo ha sempre pilotato. Pilotato sino al giorno in cui i sensi di colpa sono affiorati e lo hanno indotto a scrivere per liberarsi di tutto o quasi.

Se qualche mente idiota pensasse che lo abbia fatto solo per aumentare ulteriormente il suo conto in banca, è avvisato: se lo tolga dalla mente. Parliamo di un uomo al quale un milione di dollari in più non cambia nulla. Perkins è stato un “bastardo” o, per meglio dire, ha agito come tale. Okay! Ma gli va riconosciuto il merito di aver fatto ammenda, di aver trovato il coraggio necessario di affrontare sé stesso e di risolvere la questione da Uomo quale è.

Noi che spendiamo per lo shopping, che comperiamo l’ennesimo paio di jeans o l’ennesimo paio di scarpe e che usiamo la vettura pure per coprire distanze ridicole, non siamo meglio di lui. E non siamo nemmeno meglio di chi ancora svolge questo sporco lavoro solo per accumulare. In fin dei conti tutti e tutte accumuliamo, sebbene in maniera e consistenza diverse.

Perkins ci ha offerto uno spunto di riflessione da una angolatura del tutto inusuale. Lo ringraziamo.

Andrea Signini.