Come vive la giustizia un semplice cittadino

 

•       12 anni di ripetute udienze, in sua presenza o solo tra legali, per espletare procedure degne di codici dell’antica Bisanzio.

•       Udienze in cui era concesso parlare ad una sfilza infinita di testimoni, perlopiù della controparte, al giudice, agli avvocati. A tutti tranne che a lui.   L’unica volta che osò aprir bocca fu espulso dall’aula. Ritengo un’assurdità che nessuno possa difendersi (anche) da solo.

•       Violazione totale della privacy, in un’aula sempre gremita di persone presenti per altre cause; per cui tutti parlavano alla presenza di tutti.

•       Mille rinvii, per i motivi più disparati, e tali da trascinare la causa, appunto, per 12 anni, con l’inevitabile conseguenza di ripetuti cambi dei giudici e relative trasmissioni dei fascicoli di causa dall’uno all’altro.

•   I risultati di questo logorante trascinamento furono molteplici: dall’ovvia soddisfazione degli avvocati, per le parcelle “in corso d’opera”, all’inevitabile accumulo di carta sino a lievitare in un ponderoso fascicolo. Talmente ponderoso da impedire, immagino, la sua totale presa visione da parte di ogni nuovo giudice, oberato da numerose altre cause contemporanee.

•       Non è umanamente pensabile, infatti, che un giudice, che non si capisce se lavori solo di mattina o anche di pomeriggio (compiti a casa?), per giunta con l’interruzione annuale di 45 giorni estivi e non so quanti altri nelle altre feste comandate, possa dedicarsi alla zelante lettura delle botte e risposte tra i duellanti; specie l’ultimo giudice della serie, che “eredita” una valanga di faldoni trasmessigli dai suoi predecessori.

•       La mancata “digestione”, per obiettivi limiti di tempo, di fascicoli in costante crescita, rendono pressoché impossibile, alla fine del lungo iter, farsi un’idea equanime delle ragioni e dei torti delle parti in causa, e molto problematico emettere una sentenza che non sia frutto di approssimazione e superficialità, pur di chiudere la vertenza, vuoi per fisiologica stanchezza, vuoi per le reiterate raccomandazioni di “abbreviare i tempi della giustizia”, lanciate dai media, nonché dalle annuali inaugurazioni degli anni giudiziari e dalla Cassazione.

•       Quando la tanto attesa sentenza alla fine arriva, provoca ovvio giubilo nel vincitore, perché “gli è andata bene”, a prescindere se la vittoria era meritata o meno, e profonda amarezza in chi viene condannato, nella presunzione che si sia trattato in sostanza di un giudizio non ponderato a sufficienza e quindi frutto di preconcetti, quando non di malafede.

•       Malafede? Come non pensarci al leggere i giornali, al guardare in TV quanto anche i giudici –pur sempre uomini- sono spesso sensibili a sirene le più svariate, ad es. parentele, favori indiretti, pressioni politiche, massoniche, ecc., che possono inficiare un giudizio? Del resto, il fatto stesso di decidere chi dovrà soccombere costituisce un potere immenso: spesso quello di rovinare una persona; e lo si vede dall’atteggiamento “piacioso” con cui tutti gli interessati lo trattano, per tirarlo dalla loro, sin dal momento in cui entra in aula con i faldoni della giornata, che si dubita abbia potuto approfondire, visto il numero e la mole.

•       Circa la preparazione professionale, anche i giudici sono soggetti alle stesse variabili riscontrabili in altre professioni: c’è chi è più e chi meno preparato. Al leggere certe sentenze e relative motivazioni la domanda sorge spontanea.

•       Il potere dei giudici, specie monocratici, spazia anche nell’assoluta discrezionalità di cui godono nel decidere per l’archiviazione di una denuncia, se ne ritengono infondati i presupposti. Non secondario è altresì l’arbitrio di tenere in un limbo, senza archiviarla, una denuncia, anche nel caso possa interferire in una vertenza in atto.

•       L’intenzione del governo di ridurre drasticamente le ferie estive va nella direzione di rendere disponibili più ore per l’esame meno affannoso delle varie cause. Il giudice Davigo lo definisce un falso problema, in quanto i giudici “si portano il lavoro a casa”. (Vedi) In tal caso, sarebbe più professionale che i fascicoli li esaminassero in ufficio, considerato che sono “ferie di lavoro”.

•        Abbiamo infiniti esempi di persone che si sono rovinate l’esistenza per processi dalla durata abnorme; processi che, dopo una prima condanna, sono invece sfociati in un’assoluzione in un grado successivo di giudizio. Chi li ripaga di anni di ansie, spesso irreversibili? Proprio il moltiplicarsi di simili casi sta facendo valutare al governo l’introduzione della responsabilità civile degli stessi giudici, affinché non si sentano al di sopra degli altri cittadini, e “paghino se sbagliano” (ma che prezzo hanno ansie, depressioni, rovina economica?). Estendendo il concetto di sbaglio non solo a quelli più vistosi, ma anche all’impropria conduzione di una causa, propendendo per una parte, foss’anche solo per umana simpatia/antipatia.

Se già in primo grado si cercasse di portare le parti in lite verso un accomodamento reciproco, anziché dare sovente l’impressione di avere già il verdetto in testa, si eviterebbero tanti ricorsi in appello e in Cassazione, scoraggiando l’eccessiva litigiosità degli italiani. Nello specifico, tra chi ricorre più “volentieri” ai Tribunali ci sono certamente gli avvocati, magari per il mancato o parziale pagamento di una loro parcella: non costa loro nulla farsi difendere da un collega; a differenza dei comuni cittadini, ai quali i loro tariffari si applicano in pieno e sono, oltre che “bizantini”, sproporzionati rispetto al contesto economico vigente. Quanto ai giudici, i ripetuti casi di cronaca non depongono spesso a favore della loro equanimità: un difetto che viene alla luce quando sono loro stessi a sedere, con insofferenza, nei banchi degli indagati, come nell’ultimo caso di De Magistris e, mutatis mutandis, dello stesso Napolitano, pur presidente del CSM, che ora fa eco a Berlusconi nel chiedere una “riforma della giustizia”. Insomma, per capire cosa prova un imputato, bisogna proprio provare ad esserlo?

Marco G. Pellifroni