Ciclisti, senso civico e rispetto delle regole: a quando una regolamentazione delle due ruote?

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In Italia non esistono norme chiare che regolamentino il possesso e l’utilizzo di una bicicletta e i comportamenti scorretti dei ciclisti e il mancato rispetto delle regole sono ormai una consuetudine

Ha fatto molto rumore la recente notizia di una multa esemplare applicata da una pattuglia di Carabinieri ad un ciclista che era passato con il semaforo rosso, multa praticamente raddoppiata dalla Prefettura, dopo che questa persona aveva presentato un ricorso.

Quello che molti sedicenti ambientalisti e fanatici delle due ruote spesso non vogliono capire (o fingono di non voler capire) è che non è possibile che un ciclista possa commettere a suo piacimento tutte le più gravi infrazioni previste dal Codice della Strada e farla sempre franca.

Assistiamo da anni, nelle nostre città, alle frequenti e continue infrazioni da parte di molti ciclisti che, evidentemente convinti di una loro ipotetica impunità, imboccano sensi unici, fanno sorpassi azzardati, non si curano del colore dei semafori e conducono il loro mezzo sui marciapiedi con grande naturalezza e disinvoltura. Non intendo qui, nel modo più assoluto, fare generalizzazioni. Sicuramente la maggioranza di coloro che utilizzano abitualmente una bicicletta adotta un comportamento consono e rispettoso delle norme. Ma i comportamenti scorretti di molti ciclisti sono comunque all’ordine del giorno, sono spesso causa di gravi incidenti e raramente i vigili urbani, sempre pronti a multare gli automobilisti indisciplinati, applicano nei loro confronti lo stesso rigore. E, nei rari casi in cui qualche multa viene loro applicata, c’è sempre chi è pronto a gridare allo scandalo, a dichiarare alla stampa e alle televisioni che le amministrazioni comunali sono nemiche delle due ruote, che non hanno rispetto per chi usa la bicicletta, e altre scempiaggini del genere.

Ma stiamo scherzando? Dove sta scritto che un ciclista possa infrangere a proprio piacimento tutte le regole del Codice della Strada, mettendo a repentaglio la propria vita e quella di chiunque rischia di incontrare sul proprio percorso?

Si tratta di un malcostume tutto italiano che sarebbe ora di estirpare con buone dosi di senso civico e di responsabilità e, se necessario, con severe applicazioni delle sanzioni previste dalla legge.

Viaggio spesso in vari paesi europei e non, e ho avuto modo di constatare come ovunque, senza necessariamente chiamare sempre in causa i paesi scandinavi dove il senso civico è molto elevato, chi utilizza una bicicletta per spostarsi si attenga sempre scrupolosamente alle regole, per la propria e per l’altrui sicurezza.

Mentre molte amministrazioni comunali, come ad esempio quella di Firenze, realizzano ovunque chilometri di piste ciclabili nei luoghi più improbabili, limitandosi spesso a dipingere di rosso i marciapiedi (a danno dei pedoni, i loro legittimi fruitori) tanto per intascarsi i contributi europei, piste ciclabili che, per le modalità con cui vengono realizzate, alla fine ben pochi utilizzano, nessuno pensa seriamente in Italia di regolamentare il traffico delle due ruote. Eppure si tratta di un problema che deve essere affrontato e regolamentato, soprattutto nell’interesse dei ciclisti.

Fino al termine della II° Guerra Mondiale, in Italia le biciclette erano tenute ad avere una targa ed esisteva un registro di immatricolazione. Ciò permetteva alle autorità di risalire in fretta al legittimo proprietario di un mezzo in caso di furto e ai vigili urbani di applicare eventuali multe in caso di violazioni delle norme stradali. Oggi chiunque può comprare una bicicletta, senza alcuna necessità di immatricolarla, e circolare nelle strade e in mezzo al traffico senza alcun contrassegno identificativo o alcun documento che attesti che ne sia il legittimo proprietario. E soprattutto chiunque può farlo senza dover in qualche modo dimostrare di avere una minima cognizione delle norme del Codice della Strada e delle più elementari regole dettate dal buon senso.

I furti delle biciclette, per via di questa situazione non regolamentata, in Italia sono frequentissimi. Chi ruba una bicicletta, a meno che non venga colto sul fatto dal provvidenziale passaggio di un agente di Polizia, è ben consapevole del fatto che resterà impunito e che il legittimo proprietario non la ritroverà mai. E quest’ultimo è quindi costretto a comprarsene una nuova, fino a quando anch’essa non gli verrà rubata. Eppure mai i vari comitati ambientalisti che difendono l’uso delle due ruote sollevano questi problemi, problemi che sono ormai noti a chiunque.

Inoltre, le depositerie comunali delle nostre città sono piene di migliaia di biciclette che i legittimi proprietari non verranno mai a reclamare e che se ne stanno ad arrugginire alle intemperie in attesa di essere rottamate. Questo avviene perché, in assenza di una targa o di un minimo contrassegno che attesti l’identità dei proprietari, gli agenti della Polizia Municipale sono impossibilitati a notificare contravvenzioni a chi posteggia il proprio mezzo in maniera selvaggia sui marciapiedi. Provvedono quindi a rimuovere la bicicletta, tranciando la catena (una pratica che ritengo comunque vergognosa ed illegittima), e a trasportarla in questi depositi, quasi sempre all’aperto e non riparati dalla pioggia. I proprietari delle biciclette, non trovandole più dove le avevano lasciate, generalmente pensano ad un furto e a pochi viene in mente che possano essere state rimosse dai vigili. E comunque quasi mai, anche quando si rendono conto che sono stati i vigili urbani a portar via la loro bicicletta, i proprietari vanno a reclamarla, in quanto sarebbero tenuti, per rientrarne in possesso, a pagare oltre alla multa anche una odiosa tassa giornaliera di deposito, sborsando alla fine una cifra che può essere ben maggiore del costo del mezzo stesso.

Concordo sul fatto che si debba incentivare nelle nostre città l’uso delle due ruote, sia per motivi di traffico che per una riduzione dell’inquinamento, ma occorre definire delle regole ben precise.

Mi chiedo come mai nessuno denunci mai tutti i problemi che ho fin qui elencato. Mi auguro che sia la politica a risolvere queste situazioni, con una necessaria e indispensabile regolamentazione che, in fin dei conti, sarebbe a tutto vantaggio dei ciclisti.

Nicola Bizzi

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