Catacombe dei Santi Marcellino e Pietro: meriti all’Azerbaigian | Gli arabi salvano la cultura al Bilderberg

Le previsioni rimandano al prossimo anno per l’apertura al pubblico delle Catacombe dei Santi Marcellino e Paolo a Roma. Una delle catacombe cristiane più ricche della capitale, una delle più ricche d’Italia, una delle più studiate al mondo, con circa 11 mila tombe distribuite su una superficie di centinaia di chilometri quadrati.

Un restauro difficile che deve ricostruire una storia sovrapposta, quella dell’antichità classica e quella delle incursioni e dei saccheggi che dal seicento hanno lasciato tracce sulle antiche pareti. Il restauro si è occupato in particolar modo dei pregiatissimi affreschi che ornano le volte e le pareti delle cripte. Una prima parte di questo lavoro è appena stata ultimata e già ha ospitato le sue prime visite, dalla scorsa domenica delle Palme, ogni sabato e domenica. Una zona visibile che si conclude con la cripta dei santi Marcellino e Pietro e con la cripta dei Santi Eponimi. Per il completamento del restauro e per l’apertura definitiva si dovrà aspettare sino al 2015, o almeno così si spera.

È possibile, dunque, visitare il cubicolo di Susanna e del fossore, la fossa di Daniele, l’arcosolio del banchetto di Sabina e l’arcosolio di Orfeo, tutte zone che sembrano risalire al IV secolo d. C., che hanno usufruito di una prima tranche di finanziamenti permettendo l’utilizzo di tecnologie avanzatissime. Ad esempio, per i dipinti è stata utilizzata la pulitura a laser, guidata della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, grazie alla quale si è potuti tornare ad ammirare lo splendore originario degli affreschi velati da uno strato spesso di patina nerastra d’inquinamento e ossidazione che sarebbe stato impossibile rimuovere con tecniche più tradizionali.

In corso il restauro del cubicolo della Madonna con due magi, grazie ad una seconda tranche di finanziamenti. Grande peso nella realizzazione dell’ambizioso progetto ha avuto la fondazione azerbaigiana Heydar Alieyev, la cui presidentessa, Mehriban Aliyeva, è stata accolta con tutti gli onori a Roma il 2 giugno scorso.

Un altro dei tanti restauri per i quali, ormai, in Italia, si deve dir grazie a qualche filantropo extra-europeo. È davvero l’unica soluzione che ci resta? Dobbiamo per forza creare un debito di beneficenza con altri stati? Siamo davvero un paese che non è più in grado non solo di badare ai suoi cittadini ma nemmeno di badare alla sua memoria storica? E ancora ascoltiamo i discorsi del governo, ascoltiamo i proclami di progresso e di salvezza, come se nessuno di noi fosse in grado di riconoscere le tecniche stilistico-retoriche del populismo! Se l’Azerbagian è in grado di regalare finanziamenti pro bono all’Italia, se il Quatar acquista dipinti al prezzo più alto mai speso nella storia dell’arte, se Abu Dhabi ospiterà il nuovo Louvre, significa che il mercato dell’arte si allontana sempre più dai centri di produzione. Significa che la grande politica dei Bilderberg ha una co-matrice araba oppure che ha una organizzatissima controparte. Ma come mai è questa matrice araba che si occupa di dominare il mercato dell’arte? Esiste forse una suddivisione dei compiti finanziari? E allora in questo caso che ruolo ha la Cina?

Vi sono tante forme di economia che l’Italia dovrebbe essere in grado di dominare se non fosse boicottata dall’interno e una di queste è sicuramente il mercato dell’arte.

Giselda Campolo

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