BOHM: il Genio. Parte I – L’esperimento di Alain Aspect.

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“Ad un livello molto profondo la materia e la coscienza sono completamente inseparabili e interconnesse, proprio come in un videogame il giocatore e lo schermo sono uniti dalla partecipazione in un processo comune. In questa visione, la mente e la materia sono due aspetti di un unico tutto e non sono più separabili di quanto non lo siano la forma e il contenuto. A livelli molto profondi la coscienza dell’umanità è una. […] Vorrei dire che nel mio lavoro scientifico e filosofico il mio principale interesse è stato di comprendere la natura della realtà in generale e della coscienza in particolare come un tutto coerente, che non è mai statico o completo ma che è un processo senza fine di movimento e di apertura”; in Bohm e la Fisica dell’Infinito, 2006, p. 84.

David Bohm non era uno di quegli scienziati o filosofi sistematici che si accontentano, anzi prediligono, risultati specifici e sofferti; e ancor meno di quelli che appuntano ogni minimo pensiero come fosse di Dio. Quando ancora era allievo, collaboratore, di Einstein, Bohm ha avuto un’intuizione e da quella per il resto della vita ha tessuto un ordine del mondo. L’Ordine Implicato.

Detto così sembra quasi che abbia forzato l’evidenza scientifica, eppure nei moderni campi teorici della fisica difficilmente si parla di evidenze e più spesso piace, correttamente, parlare di ipotesi piuttosto che di teorie.

Innanzitutto vi sono un esperimento, due paradossi e una teoria.

Il primo che voglio citare è l’esperimento di Alain Aspect condotto tra il 1981 e il 1982. L’intenzione del fisico era di apportare un qualche dinamismo alla controversia tra la fisica classica e l’interpretazione di Copenaghen. Quest’ultima era una formulazione della meccanica quantistica che nel 1927 aveva reso concordi diversi fisici tra cui Bohr e basava la sua concezione sul non determinismo e sul collasso della funzione d’onda, entrambe conseguenze di un fatto specifico: l’osservazione, l’esperimento che influenza necessariamente i risultati.

L’esperimento, in sintesi consisteva nel far decadere a cascata un atomo di calcio tale da generare due fotoni per poterne valutare la proprietà di polarizzazione. In tal modo era riuscito a constatare più di tredici deviazioni standard, contraddicendo, così, il teorema delle deviazioni di Bell e affermando il carattere non-locale della meccanica quantistica.

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