Bembo voleva riscrivere Le Volgar Lingue! E lo aveva fatto!

Parliamo delle Prose della Volgar Lingua. Il testo che ha reso il 1525, anno della prima edizione, un anno di svolta nella storia europea. Un discorso sulla lingua fatto dal più insigne studioso dell’epoca, colui che ha curato la prima edizione grazie anche alla lungimiranza dell’editore e amico, Aldo Manunzio, della maggior parte delle opere moderne, nonché medievali e antiche. Uno studioso filologo che si è curato di rintracciare tutti gli autografi possibili degli autori per noi ormai antichi. Petrarchista, che ci ha consegnato gli unici autografi esistenti delle Rime e dei Trionfi con il manoscritto Vaticano Latino 3196, cosiddetto Codice degli Abbozzi.

L’edizione del 1549, per i tipi di Torrentino, Firenze, postuma, curata dal figlio Torquato, presenta però diverse correzioni rispetto alla princeps del ’25, che hanno costretto i critici contemporanei Dionisotti e Sorella a ipotizzare l’esistenza di una copia delle Prose stampata nel ’25 sulla quale Bembo avesse scritto le sue correzioni.

Avevano ragione! Questo autunno, infatti, è stato trovato, in una collezione privata palermitana, il codice contenente una stampa venticinquina annotata, sembra, di mano del Bembo. La copia di lavoro, insomma, sulla quale preparare una edizione successiva che, a causa della morte dell’umanista, non venne mai realizzata.

Una edizione con diverse riflessioni inedite del grande studioso.

Dimostrazione del fatto che non sempre opere considerate perdute o opere fantasma, solo ipotizzate, siano in realtà una lacuna incolmabile della nostra tradizione letteraria.

Insondabili e potenzialmente infiniti sono i chilometri di biblioteca che percorrono il mondo tra quelle private e le pubbliche, tra quelle nazionali o i semplici aggregati di libri magari ricordi familiari, tra depositi e luoghi accatastati di pagine dimenticate.

Il lavoro del filologo è ancora aperto e, come si trattasse della fisica alla ricerca dell’elegante equazione, in cerca della catena perfetta della storia letteraria. A volte casualmente si imbatte in qualche anello mancante. Casualmente come è stato per le Epistole di Cicerone, scoperte in gran parte da Petrarca, come è stato l’ultima redazione del Trionfo della Fama scoperto a metà novecento da Weiss. Innumeri ritrovamenti passati. Infiniti futuri.

Forse è ora di dare nuovo corso alla abusata parola “ritrovamento”, darle un significato slegato dall’abuso che ne fa la cronaca nera. Come se ormai non si potesse trovare che morte e cadaveri. Ecco, è bene parlarne anche adesso, a distanza di mesi, per dare luce ad un ritrovamento che ha riportato un testo alla vita.

Giselda Campolo

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