Al CSM, alla magistratura e, in generale, al pubblico impiego, circa le zecche e il cane..

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Al CSM, alla magistratura e, in generale, al pubblico impiego, circa le zecche e il cane, ovvero circa la ‘zeccacultura giudiziaria’ e l’emblematicità di due tra le tante orribili sentenze: una, della Cass Lavoro, giudici Guido Vidiri, Gianfranco Bandini, Giuseppe Bronzini, Federico Balestrieri, Francesco Buffa e Francesca Ceroni (PM), e l’altra, del Tribunale di Napoli, giudice Grazia Bisogni.

Ai colleghi dei Consigli dell’Ordine, del Consiglio Nazione Forense, dell’OUA ecc, circa la necessità che ammettano il loro manifesto fallimento e la loro incapacità politica e sindacale, e cambino metodo, o si dimettano in massa, prima di rovinare definitivamente noi, loro, e soprattutto la società, che ha urgentissimo bisogno di essere difesa dal regime.

Non è mia la simbologia delle zecche e del cane, ma di Roberto, semplice uomo di campagna di grande dignità e arguzia e compagno di chiacchierate nelle mie cacce più per andar per boschi che per far carniere.
Simbologia dove il cane è la società, e le zecche sono la magistratura e il pubblico impiego, benché voi magistrati stiate ai pubblici impiegati come lo sparviere all’allodola, e siate i veri colpevoli, oltre che del malessere di tutti, anche del loro; perché, mentre voi siete ormai gli unici a godere di un intatto benessere, anche i pubblici impiegati stanno sempre peggio, e sono colpevoli solo di sostenervi facendosi ingannare circa la qualità del ‘diritto’ che ‘amministrate’.
Zecche perché siete sia sanguinari (succhiare è ormai in voi un devianza: una frenesia psicotica), che ciechi, perché dimentichi che il cane si consumerà, e voi con lui.
Perché se «la cultura è il modo che le entità mediano di dover avere in comune nel vedere la realtà», la zeccacultura è la scaturigine della vostra giurisprudenza. 
‘Cultura’ che, dalla mia angolazione di scopritore del modo di formazione del pensiero, è tanto più colpevole quanto più inconscia.
Una ‘giurisprudenza’ la cui fondatezza è testimoniata dallo stato in cui ci avete ridotti, e verso la quale ora, esacerbato, voglio esprimere il massimo dello sdegno lodandola, affinché lo stridore tra essa e le lodi causi che ad esempio tu, presidente Vidiri — che ho visto nei decenni da aitante divenir tremulo compiendo come quasi tutti voi il sacrificio orribile di non aver detto una parola di diritto da ricordare — ti debba chiedere, a qualunque cosa ti sia servito, se ne è valsa la pena.
‘Giurisprudenza’ espressa, nella fattispecie, in tre gradi, da tutti i giudicanti, insegnando così alle genti: -che un fognaiolo, uno spazzino o un seppellitore del Comune di Napoli deve lavorare con i suoi panni e poi lavarli, carichi di liquami e immondizia, insieme a quelli della moglie e dei figli, non avendo egli diritto a indumenti adeguati da lavarsi a cura del datore; -che sentenze simili sono il chiaro segno della falsità della tesi che i magistrati sono troppo di casa negli enti, e devono loro ogni tipo di favori, dalle assunzioni dei parenti ad ogni sorta di licenze, appalti, permessi, incarichi, autorizzazioni ecc; -che non esiste la pur notoria, faraonica trama di ricatti figli dell’intreccio di collusioni, corruzioni e ogni altro genere di crimini.
Per non parlare della passione per la legalità mostrata condannando il ricorrente a 3.100 euro di spese evidenziando così anche, giustamente, la mia modestia come avvocato con il liquidare 31 volte quanto talora liquidano a me le Corti d’Appello Pinto e le Sezioni Esecuzioni di Roma e Perugia per i relativi pignoramenti.
31 volte i persino 100 euro che a volte mi liquidate per concorrere così allo sforzo del governo/bilderberg di estirpare la razza degli avvocati, che profana, contestandola, la giustizia/bilderberg.
3.100 euro mai una volta liquidati a me, reo di  denunziare il sodalizio bancario/giudiziario.
3.100 euro che, pur in tempi di drastica riduzione delle tariffe, è giusto invece riconoscere a chi, come il valoroso collega Fabio Maria Ferrari, è portatore di meriti che io certo non ho, visto che, in oltre 40 anni, tra le centinaia di migliaia di incarichi che ho portato a termine per la più parte vittoriosamente, non ne ho mai avuto nemmeno uno da un ente.
Una nobile sentenza punitiva della protervia di lavoratori che non sanno piegarsi al loro destino e di avvocati che non smettono di difenderli e si ostinano persino a infastidire le amiche banche.
Censure, spero la magistratura lo apprezzi nonostante mi sia nemica, che doverosamente mi espongo a fare benché sappia che verrà escogitato chissà che per ledere me e difendere la maestà dei lesi ‘fratelli’ di casta, perché quanto invece ai fratelli massoni deviati e persino pedofilo satanici (la pedofilia è funzionale alla ricattabilità), gareggiate col governo.
Sentenza superata, in severità, contro noi che sputiamo nel piatto in cui le banche ci danno da mangiare, dal giudice Grazia Bisogni, del Tribunale di Napoli che, dopo 7 anni di causa, avendo eccepito la banca la competenza per contratto di Avellino; avendo noi aderito; essendo stato il giudizio quindi cancellato; avendo poi però noi rinvenuto una clausola secondo la quale il foro di competenza poteva essere sia Napoli che Avellino; avendo pertanto riproposto il giudizio a Napoli (spiegando tutto con chiarezza); avendo il giudice fatto proseguire la causa, nominato il CTU e quant’altro, ed essendo stato nel 2011 sostituito dal giudice Bisogni, ha deciso dichiarandosi incompetente per territorio con condanna del mio cliente a 12.200 euro di spese. 
12.200 euro di spese che testimoniano come la norma (illegittima) che ha stroncato le competenze degli avvocati non ostacola che, dopo aver liquidato 100 euro a taluno, se ne possano liquidare 122 volte tanto a talaltro.
Due sentenze, o voi del CSM, che non sono certo le sole, e sono l’espressione di come vi sia stata garantita l’arbitrarietà, pur di poter perseguire, punendo o premiando, i nobili fini del regime.
Una sentenza frutto, non di una svista, ma della sia pur sconcertante iniquità della quale il giudice ha dovuto tuttavia avvalersi per insegnare santamente le creanze ad un disturbatore delle banche e della magistratura come me, tant’è che vi si legge: «Orbene, posto che agli atti non risulta alcuno scritto di parte attrice contenente la manifestazione della volontà di aderire alla modificazione contrattuale contenuta nel documento di sintesi in discorso, in calce al quale vi è la dichiarazione unilaterale della banca di voler indicare, quali fori esclusivi ed alternativi, quello di Napoli e quello di Avellino, la dichiarazione negoziale racchiusa nel documento di sintesi è rimasta una proposta contrattuale priva di accettazione. Sollevando, nel precedente giudizio, l’eccezione di incompetenza per territorio, la banca ha inequivocabilmente ma efficacemente revocato, ai sensi dell’art. 1328 cc, la proposta di modifica contrattuale, rendendola non più suscettibile di essere accettata dal correntista».
Una sentenza emblematica perché frutto, non di una posizione personale, ma di una giurisprudenza ispirata davvero dalla convinzione che vanno puniti i cittadini se si ribellano alle banche con le cause.
Bisogni a cui non sfugge che il contratto reca una clausola, di cui la banca stessa chiede l’applicazione, che recita: «L’azienda di credito si riserva la facoltà di modificare le norme che disciplinano i rapporti regolati in conto corrente. Le comunicazioni relative saranno validamente fatte dall’Azienda di credito mediante lettera semplice … ed entreranno in vigore con decorrenza indicata in tale avviso. L’azienda di credito si riserva altresì la facoltà di modificare le condizioni economiche applicate ai rapporti regolati in conto corrente, rispettando, in caso di variazioni sfavorevoli al correntista, le prescrizioni di cui alla legge 17.2.1992, n. 154».
Di tal che — costituendo la competenza sia di Avellino che Napoli una variazione, anteriore alla causa, favorevole al correntista, a lui comunicata e da lui non impugnata, e derivandone quindi che, se è valido il contratto, tale modifica si era perfezionata prima che la banca eccepisse in giudizio l’incompetenza per territorio, mentre, a voler sostenere che non è valida, non lo sarebbe neppure la deroga di foro esclusivo del Tribunale di Avellino — si comprende quindi quale eroico sforzo ha dovuto fare il giudice per tentare, sia pur vanamente, di sconfiggere le buone ragioni dell’attore.
Orientamenti, cari colleghi avvocati, che sono generali, sicché, se non ci ribelliamo, annienteranno il mondo, ma che fanno emergere anche un’altra cosa.
Viene cioè da chiedersi, cari colleghi dei Consigli dell’Ordine, del Consiglio Nazione Forense, dell’OUA ecc, cosa ci vuole a capire che se nemmeno con 300.000 avvocati ai vostri ordini riuscite a far nulla, vuol dire che — senz’altro siete onesti, senz’altro avete a cuore le sorti della categoria, senz’altro avete fatto del vostro meglio, senz’altro siete valorosissimi come avvocati — ma i vostri metodi politici e sindacali sono una sciagura, sicché, o li cambiate o vi affrettate a cedere il passo ad altri o rovinerete definitivamente tutti noi avvocati, voi stessi, e soprattutto la società.
Metodi — come vi dissi in quella prima e ultima assemblea a cui ho partecipato, nel 1985, quando chiesi le dimissioni del pur valorosissimo Renato Orefice per essersi egli talmente agitato per quel che dicevo da avere tolto la corrente al microfono mentre parlavo — che vi fanno sembrare messi lì ad arte per far sì che l’avvocatura perda del tutto la capacità di difendere le genti affinché i poteri non incontrino resistenze nel divorarle.
20.2.2014,      
                     Alfonso Luigi Marra